Cosa leggiamo?

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Molti hanno l’ossessione del phon accesso per invitare Morfeo, chi per rilassarsi e altri per tentare un suicidio, io invece ho un’altra ossessione, leggere. Bramo la lettura, mi da stimoli per scrivere e a mia volta mi agevola la creatività, arricchisce interamente il mio io. Leggo appena ne ho tempo: sul tram, in pausa pranzo, prima di coricarsi e nei momenti di noia. Porto con me sempre uno zainetto, non mi separo mai da lui, mi piace l’idea di rimanere sempre Teenager e in questo cimelio c’è sempre un libro. Un testo, un forziere di tesori, che arricchisce l’anima, che molti hanno perduto.

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Il piccolo principe è diviso in ventisette brevi capitoli. Il narratore in prima persona è un pilota d’aerei che un giorno precipita nel Sahara. Lontano da ogni forma di civiltà e senza scorte di viveri e acqua, il narratore vede sopraggiungere un giovane fanciullo, biondo e bellissimo. Pur nell’apparente assurdità della situazione, i due fanno amicizia, mentre il pilota prova a riparare il proprio velivolo. Quando il ragazzino gli chiede di disegnarli una pecora, il narratore gli mostra un disegno che egli aveva fatto durante la propria infanzia: un boa che ha mangiato un elefante e che quindi assomiglia in tutto e per tutto ad un cappello. Mentre all’epoca tutti gli adulti cui l’aveva mostrato non avevano capito di che si trattasse, ora il “piccolo principe” intuisce immediatamente ciò che il disegno vuole rappresentare. Il narratore prova dunque a disegnare la pecora, ma alla fine preferisce schizzare una scatola, dentro cui, come dice al “piccolo principe”, c’è la pecora. Quest’ultimo apprezza molto il disegno del pilota, perché egli voleva appunto che la sua pecora fosse piccola.

Il “piccolo principe” racconta così la propria storia: egli proviene da un altro pianeta, l’asteroide B-612. Il pianeta è minuscolo, talmente piccolo che si può guardare il tramonto per tutto il giorno solo spostandosi un po’. L’asteroide è costellato di tre vulcani, e il “piccolo principe” lo tiene in ordine, estirpando le piante infestanti (tra cui dei baobab) i cui semi sono portati dal vento: queste sono infatti molto fastidiose, date le dimensioni limitate dell’asteroide. La pecora che il “principe” ha chiesto al pilota potrebbe servire proprio per mangiare piante e semi indesiderati. Tuttavia, come spiega il pilota, la pecora (per cui il protagonista chiede pure una museruola) mangerebbe anche la rosa che il “piccolo principe” ha coltivato e cresciuto con tanto amore, ritenendola il fiore più bello che esista e proteggendola dal vento con una campana di vetro. La rosa però, unica nel suo genere, è molto vanitosa: ciò guasta i rapporti con il “piccolo principe” che, perduto il proprio punto di riferimento, soffre di solitudine e decide quindi di esplorare i pianeti circostanti. Il “principe” e la rosa si riappacificano appena prima della partenza, e nel corso del viaggio (per cui il fiore lo incoraggia) il protagonista capirà di aver sbagliato e chel’affetto della rosa per lui era sincero.

Il “piccolo principe” parte così con una migrazione di uccelli per visitare vari asteroidi, che saranno tutti caratterizzati dalla presenza di un personaggio adulto caratterizzato da una specie di mania. Il primo asteroide è abitato da un re, un monarca assoluto che pensa di dominare l’intero universo. In realtà ordina quello che sa che accadrà e quindi può illudersi che l’universo gli obbedisca sempre. In seguito il “piccolo principe” va sul pianeta di un uomo vanitoso che vuole solo essere ammirato, risultando incredibilmente noioso. Visita poi il pianeta di un alcolizzato, che beve perché ha vergogna di bere. L’incontro successivo è quello con unuomo d’affari intento a contare le stelle e che, siccome nessuno l’ha pensato prima di lui, pensa di possederle tutte. Sul quinto pianeta c’è solo posto per un lampione e un uomo che lo accende e spegne ogni minuto, perché questo è il suo dovere. Per quanto strano, questo è l’unico uomo che al “piccolo principe” non sembri ridicolo. Infine, il protagonista incontra ungeografo, che però non ha idea di come sia il suo pianeta perché non ha nessun esploratore che glielo riferisca. Il geografo, oltre a spiegare al “piccolo principe” che i fiori sono effimeri (facendolo dispiacere quindi di essersi allontanato dalla sua rosa), consiglia al bambino di andare a visitare la Terra

“piccolo principe” atterra così nel deserto africano, dove incontra un serpente, che, simboleggiando la morte, gli spiega che il suo morso può farlo tornare a casa. Il protagonista incontra poi un fiore del deserto e scala un’alta montagna, dove viene confuso dall’eco. Quando arriva in un roseto, il “piccolo principe”, cui la rosa aveva giurato d’essere unica, trova un immenso roseto e capisce che il suo asteroide non ha nulla di particolare. In questo momento arriva una volpe, che spiega al protagonista di voler essere addomesticata dagli uomini, dato che la vita delle volpi è sempre identica a se stessa e che lei invece vorrebbe avere un amico da aspettare. L’animale e il “principe” cominciano allora ad incontrarsi sempre alla stessa ora, così da essere speciali l’uno per l’altra. Il rapporto con la volpe permette al “principe” di comprendere meglio il suo rapporto con la rosa: questa è sì identica alle altre, ma è speciale perché il “principe” le vuole bene. Come dice la volpe con la frase più famosa del libro: 

“Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi.”

La volpe e il “principe” si separano; quest’ultimo continua il suo viaggio sulla terra e finisce in una stazione dove trova un controllore e un commesso venditore di pillole per la sete. Anche qui, il “piccolo principe” ha la conferma di quanto l’affaccendarsi degli uomini sia insensato e immotivato. Quando il “piccolo principe” termina la sua storia, il pilota non è ancora riuscito a riparare il suo aeroplano. I due vanno allora alla ricerca di un pozzo per dissetarsi: quando lo trovano, l’acqua è squisita perché è qualcosa di sofferto e di desiderato. Nel momento in cui il pilota riesce a riparare il suo velivolo, è trascorso un anno esatto dall’arrivo del “piccolo principe” sulla Terra. Il protagonista, desideroso di rivedere la sua rosa, decide di tornare sul suo pianeta: i due si recano così dal serpente, da cui il protagonista deve farsi mordere poiché è troppo pesante per tornare sull’asteroide B-612 così com’è. Il “piccolo principe” non vuole essere visto partire, per non far soffrire l’amico, ma il pilota decide di rimanere al suo fianco. Il serpente morde il protagonista, che cade a terra senza far rumore.

Il pilota, pur triste, sa che il “piccolo principe” è tornato sul suo pianeta perché il giorno dopo il suo corpo è scomparso. Come gli ha svelato il protagonista, ogni volta che egli vorrà ritrovare il suo amico, gli basterà guardare le stelle e ritrovarvi il sorriso del “piccolo principe”. Il libro si chiude con l’invito del narratore a chiunque passi per quei luoghi e incontri un ragazzino taciturno e originale a contattarlo immediatamente.

 

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Giunta a Roma per lavorare all’«Europeo» nel 1954, Oriana si crea velocemente nuove amicizie in quel piccolo universo frivolo e così distante da quello in cui aveva sempre vissuto: per smascherare gli «imputati» è necessario condividere la loro stessa vita, gli stessi locali, gli stessi lussi e capricci. È così che inizia a calarsi nella parte e a diventare un giudice che tra le star si confonde, una sorta di infiltrato che tutto vede e cerca di decifrare.
Per comprendere più da vicino lo star system, la Fallaci però non si accontenta della dolce vita romana: va più volte anche negli Stati Uniti, e comincia a introdursi sempre più di frequente a Hollywood per capire i meccanismi più nascosti, vedere senza filtri mediatici i personaggi che vi si muovono in maniera così disinvolta.
Ne nascono decine di articoli pubblicati sull’«Europeo», in cui la Fallaci-Mata Hari (a lei la paragona Welles, nell’introduzione al libro, per la bellezza, l’acume, la capacità di spiare e di passare inosservata) porta a galla gli aloni misteriosi di persone famose che cercano di dare di sé un’immagine studiata nei particolari, e che spesso non corrisponde a quella reale.
Si troverà molto di Marilyn Monroe nei Sette peccati di Hollywood (o Hollywood vista dal buco della serratura, come Oriana avrebbe voluto intitolare il libro), ma è stata l’unica capace di non farsi raggiungere dalla Fallaci («Chi dice Hollywood pensa subito a Marilyn Monroe. Ma è inutile che cerchiate in questo libretto un ritrattino o una intervista con Marilyn Monroe. Non c’è. Sono stata a Hollywood più di una volta, vi sono rimasta una lunga insopportabile estate, sono entrata nelle case dei divi, ho mangiato con loro, ho fatto il bagno nelle loro piscine. Ho subìto le loro lacrime, le loro bugie e la loro boria, ma non ho mai, dico mai, parlato a quattr’occhi con la signorina Jean Mortenson, in arte Marilyn Monroe»). E dire che l’ha cercata davvero a lungo.
Ha incontrato invece tutte le altre star di quegli anni, e di Hollywood è riuscita a dare un quadro preciso, speciale; senza però dimenticare che, come diceva il suo amico scrittore Bill, «Hollywood non esiste. […] Hollywood è uno stato mentale, un miraggio. Non si guarda Hollywood con gli occhi: ma col desiderio, l’invidia, la suggestione».

La mia avventura cominciò a Hollywood la mattina del 9 gennaio 1956 quando mi recai dal regista Jean Negulesco con una valigia piena di camicie da uomo. Era la prima volta che andavo in America, mi sarei trattenuta pochissimi giorni a Hollywood e a New York e c’era un solo argomento che volevo affrontare da vicino: Marilyn Monroe. Sapevo che, da alcuni mesi, incontrare l’attrice era diventato misteriosamente impossibile, ma non me ne preoccupavo. Ero riuscita a intervistare Soraya nella sua reggia di Teheran nei giorni di maggiore tensione, avevo parlato con Townsend a Bruxelles nel periodo in cui egli sfuggiva ai giornalisti come un gatto arrabbiato, e pensavo che, dopotutto, Marilyn era soltanto una diva: qualcosa di meno, cioè, di una imperatrice e di un pretendente alla mano di una principessa d’Inghilterra.
La mia fiducia era alimentata inoltre da dodici camicie da uomo che Pepi Lenzi, un attore italoamericano, mi aveva consegnato a Roma perché le portassi a Jean Negulesco. L’attore le giudicava più potenti di una lettera di credito. Io n’ero convinta. Le avevo sistemate nella valigia con divozione, e durante tutto il viaggio, mentre gli altri si beavano a guardare l’Atlantico e le isole Azzorre, il problema del loro trasporto mi aveva angosciato. Mi preoccupavo che non si sgualcissero. Dalla maggiore o minore freschezza dei colletti dedicati al signor Negulesco mi sembrava che dipendesse il successo dell’intervista: estrarle intatte dalla valigia dopo trenta ore di volo fu motivo di esaltante sollievo. Telefonai immediatamente al regista. La parola «camicie» ebbe un magico effetto. Disse che era ansioso di vedermi. Mi invitò subito a colazione nel suo bungalow della 20th Century Fox. La mezz’ora che impiegai per arrivarci percorrendo l’interminabile Sunset Boulevard mi sembrò più lunga del viaggio in aereo.
Negulesco mi aspettava sull’uscio di casa con un sorriso ansioso sul volto sanguigno, mi ringraziò con effusione, mi offrì vino francese, non chiese neppure che cosa volessi. Mangiando parlò della sua vita, dei quadri che faceva quando era un pittore affamato, dei suoi vestiti, delle sue scarpe, delle quattro mogli che si era procurato non appena raggiunta la ricchezza; e sembrava talmente convinto che mi fossi recata a Hollywood per intervistare lui che, fino al formaggio, non ebbi il coraggio di deluderlo. Solo alla frutta portai il discorso su Marilyn Monroe. Negulesco l’aveva diretta nel film Come sposare un milionario. Cominciai col chiedergli che tipo fosse.
«Una ventinovenne carina» rispose. «Certo non si merita il successo che ha. Ma è terribilmente ambiziosa e lavora con impegno. Non è neppure un’oca, come dicono. È una timida piena di complessi di inferiorità. Quando gli altri parlano li ascolta a bocca aperta, come se dicessero cose meravigliose. Quando la interrogano resta zitta, per paura di dire sciocchezze. Talvolta balbetta. Non risponde mai a una domanda senza chiedere consiglio a un amico. Una volta un reporter le chiese che colore preferisse. Lei disse: “Aspetti un momento”. Venne da me e chiese: “Jean, qual è il colore che preferisco?’’. “Bene” osservai, “non te lo sei mai domandato?” E lei: “No. Dimmelo tu che sei un pittore”. “Bene” dissi, “sceglierei il rosso.” “Bene” disse lei, “e perché mi piace il rosso?” “Bene” dissi, “perché è violento, dà nell’occhio come te.” “Bene” disse lei. E rispose al reporter che “preferiva il rosso perché era violento come lei”.»

 

(fonte: http://www.oriana-fallaci.com)

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Trama: Il libro è il tragico monologo di una donna che aspetta un figlio guardando alla maternità non come a un dovere ma come a una scelta personale e responsabile. Una donna di cui non si conosce né il nome né il volto né l’età né l’indirizzo: l’unico riferimento che ci viene dato per immaginarla è che vive nel nostro tempo, sola, indipendente e lavora. Il monologo comincia nell’attimo in cui essa avverte d’essere incinta e si pone l’interrogativo angoscioso: basta volere un figlio per costringerlo alla vita? Piacerà nascere a lui? Nel tentativo di avere una risposta la donna spiega al bambino quali sono le realtà da subire entrando in un mondo dove la sopravvivenza è violenza, la libertà un sogno, l’amore una parola dal significato non chiaro.

 

 Frase più bellaVorrei che tu fossi una donna. Vorrei che tu provassi un giorno ciò che provo io: non sono affatto d’accordo con la mia mamma la quale pensa che nascere donna sia una disgrazia. La mia mamma, quando è molto infelice, sospira: «Ah, se fossi nata uomo!» . Lo so: il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia, si dice omicidio per indicar l’assassinio di un uomo e di una donna. Nelle leggende che i maschi hanno inventato per spiegare la vita, la prima creatura non è una donna: è un uomo chiamato Adamo. Eva arriva dopo, per divertirlo e combinare guai. Nei dipinti che adornano le loro chiese, Dio è un vecchio con la barba bianca e mai una vecchia coi capelli bianchi. E tutti i loro eroi sono maschi: da quel Prometeo che scoprì il fuoco a quell’Icaro che tentò di volare, su fino a quel Gesù che dichiarano figlio del Padre e dello Spirito Santo: quasi che la donna da cui fu partorito fosse un’incubatrice o una balia. Eppure, o proprio per questo, essere donna è così affascinante. E’ un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esiste potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse la mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che chiede d’essere ascoltata. Essere mamma non è un mestiere. Non è neanche un dovere. E’ solo un diritto fra tanti diritti. Faticherai tanto a ripeterlo. E spesso, quasi sempre, perderai. Ma non dovrai scoraggiarti. Battersi è molto più bello che vincere, viaggiare è molto più divertente che arrivare: quando sei arrivato o hai vinto, avverti un gran vuoto. Sì, spero che tu sia una donna: non badare se ti chiamo bambino. E spero che tu non dica mai ciò che dice mia madre. Io non l’ho mai detto.

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Éric-Emmanuel Schmitt (Sainte-Foy-lès-Lyon, 28 marzo 1960) è un drammaturgo e scrittore francese. Le sue pièces teatrali sono tra le più rappresentate sui palcoscenici di tutta Europa.
Di origini franco-irlandesi, nonostante i genitori fossero entrambi degli sportivi, ha preferito dedicarsi agli studi letterari, diplomandosi al conservatorio di Lione. Qui ha coltivato i suoi due principali interessi: la musica e la filosofia. Dopodiché, nel 1983, si è laureato con la tesi “Diderot e la metafisica” all’École Normale Supérieure de la rue d’Ulm.
Nel 1991 ha intrapreso la sua attività come drammaturgo, tuttora in corso e a cui, nel frattempo, ha affiancato quelle di saggista e romanziere. La sua commedia Il visitatore ha vinto, nel 1993, tre Premi Molière: “Rivelazione teatrale”, “Miglior autore”, “Miglior spettacolo di teatro privato”.

Trama: Oscar è un bambino di dieci anni. È malato, e i medici non riusciranno a salvarlo. In ospedale, riceve le visite di un’anziana signora, Nonna Rosa, che stringe con lui un formidabile legame d’affetto e lo invita a fare un gioco: fingere che ogni giorno duri dieci anni, e scrivere ogni giorno una lettera a Dio in cui raccontare le avventure e le esperienze di dieci anni, così come le fantasie e le paure, i rapporti con i genitori e i medici, l’amore per Peggy Blue, una bambina ricoverata nello stesso ospedale. Questo piccolo libro è composto da dodici lettere, dodici giorni in cui si concentra la vita di Oscar, giorni scapestrati e poetici, pieni di personaggi buffi e commoventi

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